sueno 2. ph caselli nirmal

Sueño #4

Sogno ad Occhi Aperti al Teatro Civico

Dove sono? Io non vi conosco. In che anno siamo? Sono alcune delle domande che la protagonista Ninetta si chiede, e chiede, cercando di interagire con gli altri due personaggi sulla scena, la madre, volitiva, impulsiva ed opprimente, e la guardia che non vuole farla passare perché lei non ha il biglietto per salire sul treno. Ninetta non riconosce i luoghi, gli spazi e il suo tempo del ricordo si mescola ad un tempo di sogno che non riesce a decifrare e che la costringe a restare fissa in un momento da cui non può andarsene se non trova il modo per salire sul quel benedetto / maledetto treno.

Vestita di bianco, una sposa, una viaggiatrice con una gabbietta vuota in mano, la borsetta e i guanti di pizzo, Ninetta è smarrita nelle pieghe di un rebus in cui si accalcano un passato familiare oscuro, pezzi della sua vita sdipanati come quei sogni che non sembra di sognare perché hanno tinte così forti da sembrare reali. Ma dove sono? – continua a chiedersi, forse a Cordoba dove è atteso il re di Napoli, o in un paese del sud, in anni di guerra imminente. Quale guerra? 1836/37, 1918, 1944? Non lo sa. Del resto se stesse sognando il confine del tempo sarebbe labile. Ciò che sa, o meglio, ciò che sente è che è successo qualcosa di importante nella sua vita che le sfugge. E la madre è lì, presente come un incubo nel suo percorso, intenta a mostrarle flashback attraverso il racconto, ma più spesso cantando il suo dolore in uno struggente spagnolo accennando passi di tango.

Il personaggio maschile diventa tanti personaggi insieme: Pepe, il fidanzato partito per la guerra mai più tornato, poi il fratello di Ninetta anche lui lontano, un amante giovane della madre, e poi un prete, ed anche la guardia che scandisce il tempo e che non fa accedere al treno. Non importa se Ninetta è arrivata lì per prima, non importa se quel treno aspetta solo lei per partire, aspetta che lei lo voglia davvero. I passi della guardia richiamano la protagonista alla partenza, ci sono i sedili, cubi neri che sembrano tombe, c’è una valigia afflosciata in un angolo, vuota, uno scialle bianco, un mazzo di fiori con un che di cimiteriale. Ed è in un quella sospensione, nell’incertezza che Ninetta si arrovella, si attorciglia su se stessa, sugli gli eventi della sua vita senza riuscire davvero ad inanellarli cronologicamente, e più cerca una logica più resta invischiata in un solo momento rivivendolo di continuo.

Solo alla fine Ninetta capisce, capisce che deve staccarsi dalla vita che la attanaglia, deve elaborare il lutto per il suo fidanzato morto lontano da lei, deve gridarlo, lasciarlo uscire, liberarsene: così, tra le lacrime, potrà salire sul treno che l’attende. Partire non sarà facile, non sarà senza tormento, non sarà la certezza di un viaggio verso qualcosa di meglio. Che cosa l’attende? Nessuno lo sa.

Matilde Natale
Ascoltatrice attenta, qualita` che aiuta nel mio lavoro, mi occupo di educazione. Per il teatro ho una passione incontenibile. Scrivo per rispondere al bisogno di raccontare e condividere.

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