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Pulizie di primavera

“Ciò che potrei garantirvi è indubbiamente una straripante voglia di mettermi alla prova e di esplorare nuovi orizzonti dalla prospettiva della poltroncina di una platea.”
Queste le parole conclusive della mia presentazione per il progetto “14 penne”.
Ed eccomi, venerdì 10 febbraio 2017, seduta su quella poltroncina del nuovissimo Spazio X. I miei occhi si apprestano ad assaporare “POLVERE, dialogo tra uomo e donna” di e con Saverio La Ruina affiancato dalla coprotagonista Cecilia Foti. Dopo qualche minuto di attesa, fra false partenze, tutti immersi nel buio e in un religioso silenzio tanto che per una volta paradossalmente si è stati invitati a chiacchierare senza remora in barba al consueto cartello “Si prega di fare silenzio!” e direi anche di Toni Servillo, ecco udire dei passi leggeri che poi irrompono fragorosamente nel suono della porta che si spalanca e introduce in scena i due attori sulle note di “I will survive”, cantata “live” dalla stessa Foti. Un’entrata ad effetto ed inaspettata: avevamo tutti gli occhi puntati sul palcoscenico. Dunque, un incipit brioso che ci proietta ad una festa, a quella da cui è di ritorno la coppia. Questo per creare un climax ascendente di pathos, declinato in un’escalation di gesti quasi impercettibili ma via via più tangibili, sino all’exploit finale di violenza carnale. Lo spettatore diventa testimone di una vera e propria indagine psicologica sui rapporti di potere all’interno di una coppia, analizzati come al microscopio con distacco scientifico. Ma, per quanto si possa opporre resistenza, se ne viene emotivamente coinvolti. Alla vista di tale persecuzione propriamente psicologica, ancor prima che fisica, si viene assaliti dal desiderio irrefrenabile, quasi un dovere, di irrompere sulla scena per salvare la protagonista dalle grinfie di quell’uomo manipolatore e infido prima tentando di aprirle gli occhi sulla sua vera identità e poi salvarle letteralmente la vita. Lo spettacolo si configura come una parabola progressiva (o meglio, regressiva in tal caso) di una storia di malamore che parte da una violenza psicologica fatta di parole umilianti e subdole, di piccoli sgarbi, di riconoscimenti mancati, di impalpabili gesti quotidiani sino a giungere alla violenza fisica degli schiaffi in faccia, dei pugni nello stomaco, dei calci, dell’acido, delle coltellate. A onor del vero, c’è da precisare che La Ruina intende porre l’accento su tutto ciò che precede il femminicidio, su un “un prima immateriale, impalpabile, polvere evanescente che si solleva piano intorno alla donna, la circonda, la avvolge, ne mina le certezze, ne annienta la forza, il coraggio, spegne il sorriso e la capacità di sognare” (da un’operatrice di un Centro antiviolenza). Sì, perché questo è uno spettacolo che nasce da interviste, incontri e testimonianze, da una realtà in cui è facile trovare qualche frammento della vita di ognuno. “Polvere”, il titolo della pièce, suggerisce proprio questo pulviscolo di sottilissime particelle che silenziosamente si addensano attorno alle persone, di piccoli gesti- apparentemente innocenti- che nel corso del tempo si stratificano destrutturando la personalità della vittima. E sono cose che, come polvere negli occhi, offuscano la vista e quindi la mente di chi è all’interno di un rapporto di coppia. Donne ridotte in polvere che via via perdono la lucidità, che non sono neanche più tanto coscienti del fatto di chi stesse sbagliando e di cosa fosse sbagliato, tanto era in gioco la manipolazione e tanto l’autostima era sottoterra e la personalità della vittima era stata sminuita. Carnefice e vittima si confondono, come nel gioco delle “Tre carte” che viene citato dal protagonista maschile durante la rappresentazione scenica in merito ai precedenti sentimentali della donna (le tre carte diventano la personificazione delle sue tre storie d’amore passate). La sfiducia della donna in se stessa è tale che le sembra già un dono che una persona- sia anche essa spregevole- la degni della sua considerazione e della sua presenza. Un granello di polvere può celarsi dappertutto, nella casa di chiunque. Anche le case a prima vista più pulite e scintillanti possono contenere tavoli, sedie, appendiabiti, dipinti impolverati, proprio come quelli che connotano la scena. Una scenografia scarna, essenziale, per nulla casuale, ma ben ponderata: ogni oggetto è sapientemente calibrato e funzionale ad una battuta, ad un gesto, ad un messaggio da veicolare. Esemplare in tal senso è il quadro appeso sul fondale nero che ritrae una figura femminile stagliata su uno sfondo rosso, quasi profetico del tragico epilogo. Il palcoscenico assume le sembianze di un ring, sul quale i due attori si sfidano a suon di battute. Ma più che un dialogo, come suggerisce il sottotitolo, si assiste ad un duello durante il quale a combattere, però, è solo l’uomo vile e codardo, poiché sa di avere la vittoria facile su un avversario precedentemente soggiogato e annichilito.
Un tavolo, due sedie, luce soffusa.
Forse, ancora di più, l’impressione è quella di essere entrati in una sala per interrogatori, come quelle dei film polizieschi americani. Impressione che viene confermata nel corso dello spettacolo: il protagonista non fa altro che invitare prima, ordinare poi, alla donna di sedersi sommergendola di domande inquisitorie e perentorie, accompagnandole spesso con gesti rabbiosi e quasi schizofrenici come i pugni sul tavolo o sulla sedia.
L’originalità della scrittura dell’attore calabrese risiede nel rovesciamento della prospettiva. La Ruina analizza e interpreta il fenomeno del femminicidio anziché raccontando una donna, esplorando l’universo maschile e il fenomeno del Mostro, siccome la violenza sulle donne è soprattutto un problema degli uomini, di quegli uomini sopraffatti dalla frustrazione, dall’insoddisfazione personale e, quindi, dall’impulso ancestrale di dominazione fisica e psicologica sulla donna. “Facciamo l’amore e si risolve tutto”- la battuta con la quale il protagonista liquida l’amore semplicisticamente in mera interazione fisica, come se bastasse un amplesso per cancellare le offese e le botte.
Al termine dello spettacolo, oltre all’emozione che mi ha stesa come un cazzotto nello stomaco (questa delle emozioni è l’unica “violenza” che ammetto), nella mia testa ha preso vita una domanda: “Ma perché proprio quando qualcuno ci interessa rischiamo di dargli il peggio di noi e addirittura di diventare violenti?” Perché non siamo educati alle nostre emozioni. E quindi, soprattutto quando arriva l’amore, quando arrivano i sentimenti che ci grattano là dentro, siamo impreparati e quindi l’unico atto che ci viene da fare è un atto violento, abbiamo paura. La violenza nasce da un mancato contatto con noi stessi, con chi siamo, con le nostre emozioni profonde e più pericolose. E più di tutte, è l’amore che ci chiama ad essere sinceri con noi stessi. Forse la sincerità ha una sua violenza, ma senza dubbio evita la violenza non metaforica di cui stiamo parlando oggi.
E’ dovere di ognuno notare e spazzare via la polvere.
Armiamoci di scope e canovacci, è tempo delle pulizie di primavera!

Chiara Cutillo
Mi chiamo Chiara, un nome che mi rappresenta in toto: inevitabilmente chiara, in ogni caso, in ogni momento, in ogni dove, persino in silenzio (ci pensa la mia espressione!). Frequento Lettere moderne, un percorso di studi che ho iniziato a Trento e sto ultimando alla Seconda Università di Napoli. Mi ero trasferita a Tridentum per motivi professionali dei miei genitori, ma l’anno scorso siamo ritornati alla base. Da come si evince dalle innumerevoli citazioni e locuzioni latine disseminate qua e là, sono un’ex-studentessa del liceo classico. Insomma, una letterata incallita.