unnamed (2)

Parastasi Kitsch

“Parastasi kitsch”, in scena al Teatro Civico 14, di Caserta, liberamente ispirato a “La morte della Pizia” di Durrenmatt, scrittore e drammaturgo svizzero, che tiene in modo particolare alla parodia e con la passione per i classici.
Una commistione frizzante e sempre attuale. Un tratto che conserva benissimo lo spettacolo scritto e diretto da Fabiana Fazio, una Pizia stanca ed inasprita da un lavoro così poco concreto: fare da “tramite divino”, fra gli uomini e un ‘alto dio’, Apollo, impegnato a scarrozzare il sole in lungo e in largo; una burla, una farsa ben orchestrata che piace ai supplici, ai mendicanti di speranza e qualche spicciolo di certezza.
A cosa sia disposto a ricorrere l’uomo nella sua spudorata propensione a voler sapere del proprio futuro, una ricerca efferata di un’infantile tranquillità, una verità fallace e farraginosa, eppure accettata, anzi agognata, soprattutto quando proviene da “istituzioni” autorevoli, è confermato proprio dall’esistenza di queste ultime che, sin dall’antichità, accompagnano la storia dell’uomo e delle sue paure, delle sue flebili conquiste e delle sue inesorabili sconfitte. Uno spettacolo dissacrante si, se si reputa dissacrante la prospettiva volta alla decostruzione di un fatto, il mito in questo caso e la sua presentazione nelle vesti sciatte e dimesse di un tempio forse dimenticato, giacente in una decadenza dilagante, che fa riferimento non solo all’epoca attuale e postmoderna, ma ad una decadenza che molto probabilmente nasce con l’uomo stesso, nella notte dei tempi e ha da sempre intriso ogni cosa lo riguardasse.
Una Pizia contrita, vecchia (seppur non lo sia) e poco avvezza alle solite rituali illusioni, che vuole, o meglio ‘vorrebbe’ essere libera dalle catene che la legano al suo ruolo appesantito dagli anni. Un ‘affrancamento’ da una vita passata a mentire, con inventiva e creatività, per il ‘bene’ degli uomini fedeli, che da sempre indifesi, si accostavano al suo cospetto, in cerca di una predizione, magari sorprendente, che avesse potuto dare una svolta alle loro piatte vite, ove addirittura il furto di una pecora diventava un fenomeno presagente la sorte e l’indomani. Il peso peggiore che la Pizia è costretta a trascinarsi è la consapevolezza di aver pensato per primo alla propria sopravvivenza, assicurata dai latui compensi che erano previsti, insieme all’offerta di un capretto sacrificale, in cambio di un vaticinio confuso e vago, vago e tentennante , requisito fondamentale nella maniera in cui questo potesse essere manipolato dall’interpretazione del ricevente e ‘paradossalmente’ adattarsi alla sua realtà. Sulla scena, la prima a comparire è Irene Grasso, abile nei panni di Merops, il sacerdote e pure “amministratore delegato” del tempio di Delfi. Qui, Il femminile e il maschile sono volutamente e sagacemente invertiti nella forma esteriore. Gli attrezzi di scena sono ora uno specchio, ora rasoio, all’insegna dell’esaltazione superba dell’androginia, che mai dovrebbe essere negata o occultata. I greci lo sapevano, lo sapevano così bene da far ricoprire alcuni tra i ruoli più importanti della società proprio da donne. E’ pure lo specchio delle società moderne, ove abbiamo assistito ad una totale parificazione tra uomo e donna, una parificazione che, se pure sembri un fiore all’occhiello raggiunto con anni di sacrifici e lotte, oscura bensì il tremendo ignorare che l’uomo e la donna non sono la stessa cosa, che possiedono qualità diverse e che, se pur possiamo usare “una stessa misura”, facendola passare per uguaglianza, senza voler polemizzare su una più giusta “equità”, il dato occultato e ben nascosto dietro la florida apparenza dell’uguale, mi pare una irrinunciabile perdita. Segue l’ingresso della Pizia, che tra vapori di etilene (nonostante la teoria dei gas idrocarburi del sottosuolo, che probabilmente avrebbero provocato a Delfi le allucinazioni alle Pizie di Apollo, è stata più volte smentita e oggi, dichiaratamente, superata da molti storici) viene introdotta su un carro a luci intermittenti e incoronata, o anche ‘condannata’ a sedersi sull’alto tripode, in un luogo che sarebbe stato la stanza segreta del magnifico tempio di Delfi, l’ombelico del mondo, ove la Pizia era solita ricevere i supplici e vaticinare, a “casaccio”.
E’ questo il fulcro dello spettacolo spiritoso di Fabiana Fazio e Irene Grasso: “Mi sono sempre stupito e continuo a stupirmi immensamente che gli uomini siano tanto smaniosi di conoscere il futuro. Sembra quasi che preferiscano l’infelicità alla felicità”, è il detto di Durrenmatt. Un inizio brioso, ove i supplici vengono “sfogliati” in una lista clienti che svela la completa assenza di sacralità, in favore di valori più terreni e mondani, quali il denaro e sottili equilibri politici e sociali. Una manipolazione bella e buona, a cui siamo sottoposti ancora oggi, coi nostri governi “democratici” e le nostre politiche apertamente “economico-centriche”, supportate dalla religione, “l’oppio del popoli”, il rifugio di credenti e miscredenti. Gli elementi che fanno dell’opera di Durrenmatt un racconto fluente e piacevole sono tutti presenti in Parastasi Kitsch, rielaborati in modo fresco e leggero, giovane e dinamico, grazie a due attrici che decidono tacitamente di dare inizio a un gioco con il pubblico, un gioco di cui loro “conoscono le regole” e i ruoli da interpretare.
Proprio questi ruoli vengono interpretati con poliedrica capacità di immedesimazione, attraverso travestimenti alla buona, ogni mito greco viene passato in rassegna, sfottuto da voci camuffate, ora sovrapposte, unite a un mimare robotico che include nel “teatrino” innalzato la performance e l’atto performativo. Nessun corpo che ‘vibra’ sotto la concentrazione totalizzante di tutto il corpo, ma un uso fluido di una gestualità semplice e divertente. Una esilarante sfilata di maschere, ognuna con il suo indicibile messaggio, il “non detto”, sempre interessante e allettante. E’ la Pizia della Fazio, il simbolo dell’imperituro desiderio di libertà insito negli esseri umani: “c’è qualcosa di grande, qualcosa di molto piccolo e una mano sul cuore”.
Un profondo anelito di riscatto, come l’eroe che spezza le catene da cui è tenuto immobilizzato e riesce a realizzare il suo desiderio di trasformazione, un quasi ascetico senso di maturazione e crescita. Un processo lungo, che richiede pazienza e forza.
Ma la Pizia non ha più pazienza, è passato troppo tempo da quando è schiava e non ricorda più il suo desiderio, se non con l’amarezza di chi si sente uno “sconfitto” dalla vita. E’ l’umore di chi ha riempito il proprio tempo con troppi doveri, sacrificando le proprie potenziali possibilità.
Immancabile a questo punto il riferimento alla condizione giovanile di oggi, dove essere giovane è sinonimo di “precario”, in un sistema che ha ben orchestrato come intrappolare le menti in un piano puramente ideale, generando distacco e separazione, procrastinando indecisione e frustrazione. Un’apologia della ‘stasi’, una pozza di acqua stagnante, ove la ‘Speranza’, quale forza motrice e invito che produce azione, si riduce al massimo, e nelle migliori delle ipotesi, al vivere ‘giorno per giorno’, assecondando il Fato o il Caso cieco, comunque lasciando che la vita passi, invece di essere vissuta, appunto.
Sospesi, in bilico tra la lucida conoscenza del circostante e un amatoriale sognante quanto favolistico sentimentalismo verso le proprie “sventure”: sono questi gli estremi di Parastasi Kitsch.
“Bisognerebbe lasciare ai giovani il tempo di invecchiare” dice la Pizia. Fabiana Fazio e Irene Grasso riescono così a creare una speciale ‘surrealtà’, costruita tra luci di scena, lustrini, insegne al neon e musiche ridondanti, come quelli che capiterebbe di ascoltare in un luna park o ad uno spettacolo di cabaret.
Lo spettatore, quello ingenuo così come il più avveduto, viene proiettato in una dimensione “altra”, in un ‘non luogo’, che non può esistere nell’attualità, in un tempo che non ‘né presente né passato’, ma che prende vita da entrambi, per collocarsi con decisione fuori dagli spazi conosciuti e razionalmente conoscibili. Un sogno, che pone l’accento sui contrari e sulle contraddizioni, ove il vero protagonista è la ‘Propensione’ dell’uomo a svelare l’arcano e la sua debolezza a farlo con “tempo e fatica, fatica e impegno”.
Il dubbio è reale: quale verità cercano gli uomini? Di certo, spesso, opterebbero per una “bugia detta bene”.
Il mistero si porta dietro sempre la sua buona dose di aspettativa ed è questa coltre difficile da assottigliare e alleggerire. La ‘sincerità’ resta troppe volte lì sepolta, inascoltata, inaccettabile come il fatto, più o meno ricorrente, che “la gente dice sempre quel che non va detto”.
E’ conturbante e irrisolvibile la contraddizione inestricabile che sottende la vita umana, preda del caso, come del sentimentalismo assolutizzante e cieco e di una ragione effimera, che poco tollera l’inaspettato.
L’uomo desidera un’esistenza tranquilla, o gloriosa e di successo, o mondana e superficiale ed esclude che possa accadere ‘altro’, è persino terrorizzata dalla possibilità che certe pulsioni prendano piede nella propria realtà, tanto da preferire un egregio attaccamento alle proprie illusioni.
Il mito di Edipo, allora, si presta bene a queste perspicaci manipolazioni. Ricorrono tutti gli elementi che condannano l’uomo all’infelicità suprema, a prescindere dai propri sforzi, secondo la psicologia analitica ma pure la filosofia nietzschiana : l’uccisione del padre, quale impossibilità di ricongiungersi con la parte più alta di sé, l’unione con la madre, come l’assecondare automatico e nevrotico i capricci di una natura infima ( magari animale! ), che risponde a impulsi che non riescono a trovare soddisfacimento nella veglia e, quindi, ricorrono al sogno, ove appaiono meno disturbanti e più tollerabili, vivibili attraverso una figurazione ‘atipica’ di quegli stessi impulsi, una trasposizione che cela e , forse, svela l’interiorità dell’individuo.
“Il surrealismo si fonda sull’idea di un grado di realtà superiore connesso a certe forme di associazione finora trascurate, sull’onnipotenza del sogno, sul gioco disinteressato del pensiero”, dal Manifesto del Surrealismo di André Breton. Risulta evidente, dunque, che il processo innescato, consciamente o inconsciamente, da Fabiana e Irene, muove dall’esigenza di uno slittamento semantico, prima che estetico.
Le due giovani teatranti riescono a creare uno spazio ricco di sprazzi di autentica riflessione, in cui un unico e isolato momento di lucida presa di coscienza, spezza l’atmosfera onirica, una nota alta su un finale che sprofonda nel silenzio, carico di intenso rispetto per un’anima qualunque che si rende conto e piange su se stessa e sulla miseria di cui si è circondata: “Apollo è andato via”. Come se improvvisamente, per la Pizia, non fosse più giustificabile il perpetuarsi di quella farsa. Il Dio assente, come l’eco di “Dio è morto” , non consente di trovare scuse.
“Per conto di chi, dunque, abbiamo operato?” potrebbe essere la domanda che si pone ora la Pizia.
Come un eroe husserliano, a questo punto dello sviluppo, la Pizia avrebbe potuto illuminare, sebbene di fioca luce, l’ethos che coinvolge la totalità del proprio essente e conduce ad una schietta quanto coraggiosa presa di posizione.
La Pizia della Fazio è, invece, troppo esausta per darsi alla lotta. Impietrita dal senso di colpa che l’attanaglia, oserei dire per il rendersi conto di aver perso l’unico bene che l’individuo possiede alla nascita, ovvero il ‘tempo’, si lascia andare e cerca di sottrarsi alla chiamata autentica del destino con un tremolante “Io scherzavo!”, agghiacciante per quanto carico di realismo.
Sarebbe stato un momento epifanico il punto in cui il personaggio si trasforma in Eroe, sacrificando la sua storia personale in favore di una ricerca vera, non mediata, non barattata con la sopravvivenza:
Chi siamo infondo? Cosa siamo chiamati a compiere nel tempo che chiamiamo ‘Vita’?
La Pizia si arrende, il silenzio diventa tombale, i vapori sono spariti, “Apollo è andato via” e gli spettatori sono accompagnati per mano ad accomodarsi nuovamente in un tempo più preciso e in un luogo che è il teatro, ove sembra una scelta chiara quella di non inscenare l’evoluzione del personaggio, una scelta per crudismo e pragmatismo, tinta di leggeri toni di pessimismo, pronta ad lasciar scorrere via, come l’acqua di un fiume, l’illusione della ‘salvezza’.
Agli spettatori sono stati ‘giocosamente’suggeriti dei dubbi. Sono stati messi di fronte ad una soglia che non viene mai varcata. Anche le due protagoniste restano sul confine, “al limitare del bosco”.
Il pubblico ha di fronte una ‘sacrosanta’ possibilità: farsi domande, le stesse domande che Fabiana Fazio e Irene Grasso ci hanno suggerito in modo vivace e frivolo.
In un mondo Kitsch, “un mondo dove la merda non esiste, o meglio dove è negata e tutti si comportano come se non esistesse, dove il Kitsch pare essere un ideale estetico, che elimina dal proprio campo visivo tutto ciò che nell’esistenza umana è essenzialmente inaccettabile”, che fine fanno i ruoli di una Pizia che propina “una qualunque verità”, secondo i principi della convenienza, e di un Merops accattone e rigoroso?
Il finale propone un’ulteriore considerazione : i due personaggi vengono immaginati ancora lì, in un tempio consumato dai secoli, impegnati nelle stesse mansioni, negli stessi vaghi responsi, con suppliche sempre uguali, intrappolati come tutti gli uomini della terra in una a volte avvilente ciclicità degli eventi, a cui è oltremodo difficile sottrarsi.
Il tempo non perdona e segue l’ ‘andatio’ della forma che gli diamo. L’individuo è il tempo, come direbbe un Carmelo Bene dal naso lungo, in “Pinocchio”.

Le domande che Parastasi Kitsch lascia al suo pubblico sono un vero gioiellino.
Con tenacia possiamo immaginare, al meglio analizzare, come si siano evolute le ‘modalità’ di spacciare informazioni per massime incondizionate, restando invece invariato il concetto di fondo, ciò che è occulto, nascosto segreto, in quanto inconoscibile, può giungere al suo completo disvelamento ? Cosa esattamente guarderemo in faccia: il ‘Caso’, o una Verità che non siamo ancora pronti a vedere?
Un teatro degli opposti, che convivono per una durata breve ma sostanziale, confusi, carichi di vitalità e mai equilibrati.
“Manipolatori e manipolati”, vittime e carnefici, potenti e usurpati, questi ‘poveri’ esseri umani, come mai non hanno ancora ben compreso che da secoli si stanno misurando con se stessi, che non c’è nessun ‘caso attentatore’ che interviene nelle loro faccende, semmai una ‘vita amica’ che tira beffe e qualche tranello, che parla per enigmi e si esprime ermeticamente e sempre un poco si nasconde, originando utili vuoti, da dove può fiorire pallidamente la libertà di ‘essere’ e scoprire.
Si fugge spesso verso una rassicurante deresponsabilizzazione, come l’emblema dell’uomo dipinto da Parastasi Kitsch, attraverso l’epigrammatico “Io scherzavo” di una Pizia disillusa.
Uno spettacolo originale, fresco come al tatto dei piedi scalzi della Fazio sul palco inesistente di Teatro Civico 14, in cui non è stato difficile sparpagliare coinvolgimento, come “lustrini e paillettes”.
Complimenti a due protagoniste versatili, che hanno la fortuna di avere molta strada davanti.
A chi considera la filosofia un “calcolo logico”, non dispiacerà affatto ricordare che il tema della ricerca della verità sottende ogni arte e soprattutto ogni scienza.
Concludo, proponendo un’ambiziosa riflessione di Vittorio Marchi, che trovo non solo pertinente al tema di Parastasi Kitsch, ma quasi obbligatoria, tenendo a sottolineare come tutte le cose siano tra loro intimamente collegate e privilegiando quella visione di insieme che solo può permettere di varcare la ‘soglia’ e prendere posizione, finalmente, dall’ ‘altro lato’: “Ci siamo mai chiesti perché la Verità si chiama ‘verità’ ?
Non perché il suo contrario sia il falso, ma perché essa è unica.
Vedere ciò è diverso che dire che essa è non-falsa”.

Federica Vitolo
Studentessa, iscritta all’ultimo anno di giurisprudenza. Vive a Pagani. Ama ricercare, più domande che risposte: lo trova più confacente alla sua natura e al suo estro da “trivellatore”. E’ convinta che la migliore Maestra sia l’Esperienza. Legge a volte, con piacere.

0 comments on “Parastasi KitschAdd yours →

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *