Matrici 7

NERO E BIANCO. Matrici

Matrici è il bianco. L’altra faccia della medaglia. L’inizio, se ci può essere un inizio in un tempo ciclico in cui gli esseri umani si sperimentano.

Matrici è il secondo spettacolo di Alessandra Asuni e Marina Rippa, con Alessandra Asuni. Anche qui l’essenziale è il filo conduttore, ma cambia la scenografia, cambia il linguaggio, mutano i rapporti tra luci e ombre. Naturalmente concatenato col primo, con Accabbai
.
Dopo il mistero, è venuto il momento di scoprire, di cercare una leggerezza che ci appartiene in quanto esseri umani effimeri, in cui sopravvive il neonato che siamo stati.
Alessandra questa volta ci accoglie vestita in total-white, in piedi su un tavolo; sembra una dea della fertilità: l’abito lungo e abbondante palesa una maternità accentuata. C’è una pancia puntuta, lì sotto.

Ci dice “Venite, venite” e canta una nenia dalle parole incomprensibili. Ci fa accomodare intorno a lei, poi tira fuori da una sacca cucita sul davanti una serie di bottigline in vetro ricolme d’acqua, le offre a qualcuno; ad altri affida un barattolo di farina, o di sale, un canovaccio, un contenitore di lievito madre.

Scende dal tavolo, si libera dei vestiti da dea madre e dalla pancia di gommapiuma, toglie dal tavolo il lenzuolo bianco. E così, con disinvoltura, crea una fontana di farina e vi intinge le dita. Ognuno di quei segni siamo noi, noi che le siamo attorno, ancora una volta, a seguirla con lo sguardo per cercare di capire dove ci voglia portare, questa sera.

Accende una lampada che somiglia a quella delle sale operatorie e chiede se qualcuno di noi sia nato in casa. Il rituale sta per sviscerarsi. Solo uno è nato in casa, il resto in ospedali o cliniche, ambienti asettici e impersonali, che sembrano separare la donna – madre, partoriente, ostetrica e ginecologa al tempo stesso – dal ciclo naturale.

La performance teatrale rituale odora di farina e lievito, in Matrici; ha il sapore della vitalità, si accompagna alla risata tenera che affonda le sue radici nel primo vagito, quello che ognuno di noi – e anche Antoneddu e Giacintu, i morti di Accabbai – hanno profuso in una casa umile o ricca o, come accade sempre più normalmente oggi, in una sala operatoria, con una équipe medica intorno, che sia il Santobono di Napoli o l’ultimo ospedale della provincia.

La donna in bianco di Alessandra Asuni ci vuole uno alla volta sotto i riflettori, accanto a lei, per aiutarla a creare un impasto che alla fine avrà dentro tutte le nostre storie. Versando nella fontana di farina il contenuto della bottiglia col tappo di sughero, le raccontiamo di noi, chi di più chi di meno, a seconda del livello di schiettezza. Ci domanda chi siamo e da dove veniamo.

Alessandra ci lascia entrare totalmente nel suo spettacolo, dove non c’è più nessuna barriera linguistica. Ci lascia sentire parte di un tutto che ora è riunito in una sala al cui centro c’è un tavolo, seduti uno vicino all’altro, a guardarci curiosi e stupiti.

Cosa ti hanno raccontato della tua nascita? Quanto pesavi? Perché porti il tuo nome? Come stava la madre – la matrice – il giorno in cui ti ha dato alla vita? Succhiavi al seno? Queste domande Alessandra le pone facendo sentire ognuno la persona più importante del mondo, con occhi scrutatori che guardano a lungo nei tuoi.

E storia dopo storia, Alessandra ci fa sentire davvero vicini, per il solo fatto di essere nati e di appartenere alla vita. Fa sentire vicini, della stessa pasta – quella che lei sul tavolo lavora con forza – lo spettatore con due nomi e quello col nomignolo, quello nato in una grande città e quello nato in un piccolo paese di provincia, quello nato nel 1963 e quello nato nel 1992. Rompe qualche schema, va dritta al sodo, con autenticità e schiettezza. Poi aggiunge il sale, il lievito madre, ne fa un impasto omogeneo e continua a lavorarlo mentre ci parla, divertita dalle nostre storie.

Lo spettacolo si ispira al parto come atto creativo per eccellenza, alla matrice come luogo da cui nasce qualcosa, la matrice quale utero, quale forma con cui viene modellato un oggetto, forma del figlio, organismo e ordine generatore.
Tutto deriva dalla matrice, l’origine del mondo è in quel posto fecondo, umido che si chiama utero, organismo che le donne hanno la fortuna e insieme la responsabilità di portare nel proprio corpo. Non a caso la produzione di Matrici è di una compagnia che ha scelto di darsi il nome di femminile plurale.

La femmina come essere umano attraverso il quale passa la vita e la morte, e passa inesorabilmente l’evoluzione della specie.
Alessandra Asuni e Marina Rippa hanno voluto gettare luce, proprio come quella lampada in scena, sul potere delle donne come generatrici e sulla naturalezza di un evento che è quello in cui si rompono le acque – le stesse acque in cui Alessandra lenisce il suo dolore in Accabbai – e inizia il travaglio. L’esistenza si rende a noi come un ciclo rotatorio, dove la morte finisce nella nascita, e viceversa, dove non ci può essere nascita senza morte, l’una contenendo l’altra vicendevolmente. Le acque da cui si nasce sono quelle in cui si muore, sembra voler dire a completamento di Accabbai Matrici.

La donna ha ricevuto dalla natura il grande ruolo di generatrice di altre vite e questo, nel mondo lontano dai movimenti lunari, dalle stelle e dai cimiteri, sembra sfuggirci sempre di più. Un mondo che è immerso nel pulviscolo delle polveri sottili, in cui le donne escono depotenziate dal loro ruolo di matrici. Sembra che la stessa libertà di vivere la gestazione e il parto sia stata compressa nei ranghi della medicina sempre vigile.

“Fino a qualche decennio fa in Sardegna si partoriva in casa” dice Alessandra alla fine dello spettacolo. Era un rito di donne consumato tra donne. Si preparava la stanza, si faceva bollire l’acqua, si tiravano fuori i panni in fibra naturale, si cucinava. Diventava un rito collettivo, in cui tutte davano il proprio contributo. Per tradizione si raccontavano alla partoriente storie di miti e leggende per distrarla, intrattenerla, insomma per alleggerirla dal peso dell’imminente evento. Una di queste storie è quella di una giovane donna incinta che raccogliendo la legna incontra le dee della maternità, del parto, della fecondità che le insegnano l’arte del pane, il cui primo impasto venne fatto nella purezza dell’acqua sorgiva. Le dee affidarono alla donna la matrice originaria da tramandare agli uomini, svelando la maternità del pane. Queste divinità testimoniano la sacralità di quel momento, l’attenzione alla donna generatrice, il potere riconosciutole in maniera indiscussa. Una sorta di eterno femminino che andrebbe riscoperto, per riportare alle donne quello stesso potere venerato dai popoli preromani. Un potere che muore tutte le volte in cui si pratica il parto indotto, sottomesso a schemi decisi da altri.

E il composto è pronto, turgido, bianco, profumato. Alessandra dice che quando diventerà madre vorrà ascoltare il suo corpo, i suoi rumori e i suoi movimenti, senza prendere l’ossitocina. Scegliere da sé senza lasciar scegliere agli altri per lei.
Canta ancora una nenia, si mette sul tavolo supina, con le gambe piegate, simulando il parto. Culla l’impasto, se lo mette addosso, lo ama perché è parte di lei. Lo rimette sul tavolo, col dito disegna ancora una volta dei punti che siamo noi, poi lo modella creando quelle divinità a cui è ispirato lo spettacolo: Artemide di Efeso, con numerose mammelle, poi la Venere di Willendorf dalla vulva pronunciata e due seni enormi, la Madonna di Tindari con un velo e un bambino, a cui le siciliane tuttora si rivolgono per riprodursi, la Venere di Savignano con due enormi seni e una testa dalla forma fallica. Poi caccia fuori una pinza, un coltello e una forbice: fa nascere un altro essere dalla matrice di pasta che noi spettatori abbiamo contribuito a fare. Il mistero dell’evoluzione è tutto in quel gesto.

Alla fine disfa tutto, abbraccia le estremità dell’impasto e taglia tanti pezzetti quanti siamo noi. Poi ci saluta, affidando quelle palline di pasta ad ognuno, perché è lì che sta la nostra storia, in quel composto bianco a cui è stato aggiunto il lievito madre. Da quella pasta il pane, simbolo di vita e fecondità. A Matrici auguro il meglio, e di generare ancora bellezza, più di quanta ne stia già generando abbondantemente.

Stefania Mastroianni
Nasce a Piedimonte Matese. Nonostante ami la letteratura, al momento della scelta universitaria si orienta verso Giurisprudenza, che tuttora frequenta con coraggio. Coltiva diversi interessi, ma anche un piccolo orticello piantato a basilico, prezzemolo e lavanda. Le piacciono le mostre di fotografia, il cinema e la letteratura. Ama i giornali, che prima custodiva gelosamente su scaffali metallici mentre adesso butta via subito per evitare l’affezione.

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