accabbai 6.

NERO E BIANCO. Accabbai

Questo fine settimana sono stata in Sardegna, nel mondo di Alessandra Asuni.

Lei è una bellissima donna sarda che porta in giro per l’Italia il suo spettacolo doppio e inscindibile: morte e rinascita, nero e bianco, due colori che accompagnano, unici e totali, rispettivamente il primo e il secondo spettacolo. Al Teatro Civico 14 Alessandra Asuni ha portato un po’ della sua terra, e io mi sono sentita come ospite gradita in un posto straordinario, a Caserta, la mia città. Incredibilmente ospite, in casa mia.

Ospite letteralmente, visto che Alessandra Asuni è quel che tecnicamente si dice performer, cioè una che gli spettacoli li inventa e poi li riadatta al caso concreto, cucendoli addosso agli spettatori – che si sentono coinvolti, interagiscono, sono a loro volta degli attori inconsapevoli di uno spettacolo consapevole. Diventano parte della scena, attorno a lei.

Alessandra si è fatta aiutare in questo progetto da Marina Rippa e Massimo Staich, collaboratori allo studio, alla drammaturgia e agli elementi scenici. E ne è venuto fuori uno spettacolo che non sa mentire, no, proprio non ci riesce, e che nella sua ritualità si rinnova costantemente, riuscendo a rimanere, per magia, sempre uguale a se stesso eppure così diverso da sé.

Alessandra esplora il mondo attraverso il femminile insieme a Marina Rippa, compagna di avventure non sarda ma napoletana, percorrendo il ciclo di vita, che è sempre vita e morte, vagiti e corpi esanimi, luce e buio. Nero e bianco, appunto. Il loro incontro si è fuso nella compagnia f.pl. femminile plurale, che il 30 e il 31 gennaio ha messo tenda a vicolo della Ratta.

Accabbai e Matrici sono due riti che si inseguono, l’uno non potendo stare senza l’altro, e impregnano i sensi dello spettatore, quasi si incidono sulla sua pelle.

Il primo, totalizzato dal nero, si ispira alla figura della femmina accabbadora, misteriosa e atavica di cui solo adesso si comincia a parlare con più disinvoltura. L’ultima femmina accabadora è forse quella che ci ospita nella sua piccola casa, piena di candele consumate, odorosa di alloro, umile, raccolta.

Prima di entrare in Sardegna, in un tempo non precisamente identificato, di tanti molti anni fa, c’è un suono molto terreno ad accoglierci ed è quello delle campane delle pecore. Siamo già nei pressi del Gennargentu. L’accabbadora è vestita di nero, come la tradizione vuole, una campana per pecore le cinge la vita, è scalza – come per sentire meglio la terra – il gonnellone mortale le scopre le caviglie. Come una contadina del sud, la femmina accabbadora ci offre il vino, ci fa mangiare, è generosa. Il passato vive in lei, lei è quel che è stato, conserva ricordi e gesti di un mondo antico, quello delle superstizioni, dei rituali, delle litanie. Conosce i segreti di quella terra aspra, la vita dei suoi paesani; e li racconta con l’allegria saggia che solo certe femmine che lavoravano la terra potevano avere.

L’accabbadora ci parla in sardo, ci parla con gli occhi, supera la barriera linguistica con l’autenticità degli sguardi. A volte ci canzona, ride, chiede se vogliamo un altro po’ di caso, di formaggio. Qualcuno dice che è intollerante alla farina e non può mangiare il pane carasau, quello che lei chiama l’ostia. Qualcuna chiede al suo sconosciuto vicino un fazzoletto per pulirsi le mani, l’accabbadora la prende in giro dicendo più o meno questo: “Che devi fare con questo coso, c’è il limone che pulisce così bene le mani!”.

E così, tra una parola e l’altra, ci porta nelle segrete di quella che fu la sua missione: uccidere per amore. Uccidere con dolcezza e lieve erotismo. L’accabbadora era la femmina che veniva chiamata per aiutare il moribondo a terminare la sua vita, ad accorciare le sue sofferenze, a soffocare in un cuscino lo strazio dei suoi dolori. Accabbadora è una parola che i sardi hanno derivato dagli spagnoli: acabar significa terminare, accabaddare in Sardegna significa incrociare le mani al morto – assommare, cessare, completare, finire, condurre, ultimare. Tutte sfumature di uno stesso significato: aiutare il destino a compiersi.

L’accabbadora lo faceva in vari modi, con un mazzoccolo di legno, soffocando, spezzando la noce del collo, tutti metodi veloci e indolore praticati dopo che il moribondo veniva addormentato con l’olio di mandragora. Oppure, gli serrava la testa tra le gambe e lo strozzava, o lo avvolgeva in un abbraccio mortale. Mai di giorno operava, sempre e solo di notte, e sola nella stanza – perché faceva uscire tutti i familiari. Una figura controversa, amata e odiata. Una figura figlia della cultura pastorale e contadina sarda, concreta, sostanziale, che non si perdeva in fronzoli. Una praticante dell’eutanasia prima che l’eutanasia si chiamasse eutanasia.

E la morte per il moribondo arrivava, prima del tempo, perché sarebbe comunque arrivata. E così, l’accabbadora se ne andava, dopo aver offerto il suo servizio all’umanità, dignitosa, nelle vesti scure, per tornare a casa ad accudire figli, allevare pecore, fare la massaia.

Forse portava con sé per davvero qualcosa della persona che aveva aiutato a morire – un pantalone o una gonna o un fazzoletto – proprio come l’accabbadora di Alessandra Asuni, che conserva nella sua casa dimenticata da Dio e dagli uomini gli indumenti di Antoneddu, Giancintu e altri, tutti defunti, tutti che hanno lasciato la vita e, con essa, il piacere e il dolore, immergendosi nell’acqua del mare, simbolo del lenire, del passare in una condizione che forse più di tutte ci appartiene: l’acqua, quella stessa acqua in cui siamo immersi prima di nascere.

Stefania Mastroianni
Nasce a Piedimonte Matese. Nonostante ami la letteratura, al momento della scelta universitaria si orienta verso Giurisprudenza, che tuttora frequenta con coraggio. Coltiva diversi interessi, ma anche un piccolo orticello piantato a basilico, prezzemolo e lavanda. Le piacciono le mostre di fotografia, il cinema e la letteratura. Ama i giornali, che prima custodiva gelosamente su scaffali metallici mentre adesso butta via subito per evitare l’affezione.

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