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METAMORFOSI

Discutere di Roberto Latini è compito arduo, rievocare le Metamorfosi di domenica impresa difficile, parlare del Roberto Latini nelle Metamorfosi è a dir poco una sfida.

Il patrimonio mitologico greco e la ripresa latina che ne fa Ovidio, cui lo spettacolo è ispirato, sembrano perdere del tutto la propria natura di espressione narrativa dello spirito del popolo e della cultura in cui si sono sviluppati per trasfigurarsi, attraverso i molteplici volti dell’attore-clown, in qualcosa di molto più vicino alla nostra sensibilità di spettatori moderni di un teatro contemporaneo. Sbagliato sarebbe considerare il mito in sé semplicemente come un piacevole racconto, un po’ a dispetto dell’etimologia della parola; il mito è nella cultura greco-latina una forma particolare di espressione di un messaggio – forma che sembra essere tuttora validissima, come Roberto Latini ha dimostrato.

Difficile non percepire l’intensità della creazione artistica messa in scena, seppur già “preparati” spiritualmente dalla visione di “Iago” la sera precedente. Colpisce la figura del clown, protagonista della scena: è un protagonista multiforme e universale che si adatta, inaspettatamente e con effetti molto particolari, ai personaggi di Eco, Narciso, Orfeo, Euridice ecc. così come alle pieghe dell’animo degli spettatori, finendo per toccare inevitabilmente in ognuno qualche corda personalissima e al contempo universale.

Il triste e malinconico tema musicale inziale, unito all’effetto eco del microfono, sono motivi di ritorno e di concatenazione tra le varie narrazioni (se così si possono definire). La rappresentazione colpisce due sensi in particolare: l’udito, di cui è simbolo Eco (che si è “fatta suono”), e la vista, incarnata da Narciso. Simbolo e condanna per entrambi, si potrebbe dire. Questi due sensi e due personaggi si mescolano e sovrappongono nel finale del loro racconto e nella disperazione dell’amore non corrisposto, così come il confuso e avvolgente intreccio tra Orfeo ed Euridice o ciò che resta di loro- il loro spirito forse, che ha tratti così universali? Dalla narrazione del mito infatti si giunge a un sempre maggiore distacco dalla storia stessa, che subisce una metamorfosi scandita dal ritmo progressivamente più aggressivo della musica e dall’astrazione del discorso.

Altro tema che ritorna è la paura, e nell’esprimere questa emozione non si può non riconoscere la grandezza del genio di Roberto Latini. Lo spettatore non può assolutamente restare indifferente di fronte a cotanta intensità di emozioni e coinvolgimento, che raggiunge il proprio acme nel tragico e universale quesito “perché ho paura?”: esso riesce ad abbattere la percezione dello spettacolo teatrale come “illusione” e a scuotere e sconvolgere il proprio tranquillo mondo interiore della domenica sera. D’altra parte, come recita il clown in apertura, “tutto quello che esiste per gli uomini non è che la loro fantasia”.

Tra questi e altri innumerevoli pensieri e il ricordo delle intense emozioni suscitate da “Metamorfosi” non si può non concludere, un po’ con (auto)ironia, un po’ con ambiguità voluta e un po’ con spirito disposto a riflettere e far riflettere magari, con una significativa ripresa dall’episodio di Orfeo ed Euridice:
“Tutte le mie parole mi diventano sordità”.

Federica Creta
Federica viene da un minuscolo villaggio ai confini della provincia, tra il Matese e il Sannio. Cresce tra la solitaria folla dei personaggi dei libri che ha letto. Studia l’arpa e frequenta il secondo anno del corso di laurea in Lingue e Culture Straniere. Studia inglese per amore della letteratura angloamericana e russo per amore della diversità. Si definisce appassionata di arte in generale e pittura preraffaellita in particolare, ama la musica celtica e Debussy, la poesia e i libri antichi.

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