sospirosito

I sospiri dell’anima

Stacco il biglietto. Entro.

Il Teatro ha una rampa di scale completamente buia prima di accedere in platea, ma soprattutto in altri luoghi.

Prendo posto, ma già sento di essere in tutt’altro luogo, di aver viaggiato, complice forse la rampa di scale.
Dall’oscurità emergono due personaggi:
il primo, imponente: con capelli e barba folti e arruffati, si defila e imbraccia una fisarmonica;
il secondo, minuto: un’anziana donna vestita di bianco ricurva su se stessa come a portare un peso, il più insostenibile di tutti, quello del tempo trascorso. Tutto lascia supporre ad un’apparizione.
All’interno di un cerchio di pietre, intervallato da alcuni varchi, che sembra delimitare il suo mondo, seduta con in mano una candela accesa canta una vecchia canzone.
Dietro di lei un albero spoglio ai cui piedi vari oggetti e alcune scatole di legno.
Occhi, naso, bocca, l’inclinazione del capo, l’andatura dinoccolata; tutto di lei sorride.
Ci accoglie. Siamo a casa di Rosa Cantoni o più semplicemente, Rosina, colei che fu staffetta partigiana in Friuli. Nome di battaglia: Giulia.

Su di una melodia stesa dalla fisarmonica suonata dal ragazzone, ci racconta la sua VITA come una nonna ai suoi nipoti; con affetto, grazia e generosità, energia ed entusiasmo.

Anima mia…

…di corsa di corsa anima mia…
miei cari, prima che io lasci per sempre questa terra, di cose…prima che qui torni il silenzio…ecco…lo sentite voi, il silenzio…?

Tanto da raccontare, con pacata urgenza, ancora una volta.
Tra le sue cose prende un cassetto di legno pieno di FOTO, con le immagini di compagne e compagni di Resistenza e della famiglia, che amabilmente distribuisce, descrivendo con ironia e un pizzico di nostalgia situazioni vissute.
Racconta il lavoro nella fabbrica tessile come apprendista sarta, e che avrebbe voluto fare il teatro, e gli piaceva “di leggere, e di scrivere”, andare al cinema e in bicicletta, a ballare alla “Rotonda con l’orchestrina Marcotti” e…anche del suo viaggio, “impossibile da raccontare”.

D’improvviso, con uno slancio fa un balzo indietro nel tempo e Rosina torna nel pieno della sua giovinezza, durante il fascismo.
I discorsi del Duce che “bisogna lavorare lavorare lavorare perché la guerra porta lavoro!”…e che il popolo friulano è stupido…”ha detto proprio così ha detto che tutto dà senza nulla chiedere…plui stupid de cussì…”.

A Rosina non piacciono queste parole, che stigmatizza ed esorcizza con tagliente ironia.
Per protesta, alla prossima festa nazionale, decide di pensare
– “oh, se si può pensare eh!?!” –
e scrivere tutto quello che gli pare: lettere, parole, pensieri e scrivere
po-e-si-e.
Siamo nel 1938. Scrive anche in fabbrica, di nascosto, perché

…il mondo intero ha bisogno di poesia, ed io devo scriverne talmente tante che devo arrivare a cucirle insieme per non perderle!…e

parole e pensieri…cambiano il mondo…e

preparare un domani che meriti di esser vissuto…

Scrive e distribuisce con entusiasmo i suoi scritti alle compagne di lavoro ma, una fabbrica non è un luogo dove esprimersi liberamente, soprattutto se il proprietario è ebreo e, scappato in seguito alle leggi razziali, sostituito dal regime fascista. Dopo essere stata scoperta, viene ripresa solo verbalmente, ma questo non fa che provocare maggior forza nei suoi propositi.

L’episodio si allontana e l’anziana Rosina ricompare.
Come guardando attraverso uno schermo, lo commenta con degli improperi.

Anima mia…
“…ma và in casin…per una poesia…che brutti ricordi…”

Da quel giorno la sua vita cambia perché:
parole e pensieri…eh si! cambiano il mondo

I giorni trascorrono e arriva finalmente la caduta del Duce.
La giovane Rosina, si fa trovare pronta alla chiamata della milizia partigiana che già da un po’ aveva notato le sue attività, felice ed entusiasta come si va “a una festa o ad un matrimonio”.
“Rosa, da oggi tu ti chiamerai Giulia, staffetta della Resistenza!”.
Era cominciata la vera lotta per la libertà.
La nuova staffetta, dopo un po’ lascia il lavoro in fabbrica e assolve con fedeltà e senza paura i compiti assegnati: consegna pacchi di ogni genere a piedi o in treno, ma anche in bicicletta.
Nasce un nuovo amore per la rivolta:
“un amore che si dà con pazza generosità, non calcola nulla e dà tutto al presente”.
Finchè un giorno…

Anima mia…

L’anziana Rosina viene a farci un ultimo saluto prima di andare. Da una scatola tira fuori una moka e versa del caffè che dà ad alcuni di noi, poi siede e recita una delle sue poesie.

…finchè un giorno, nel Dicembre del ‘44 un compagno della Brigata Garibaldi dove lei era affiliata, aveva parlato e fatto il suo nome; venne arrestata e interrogata.
Al Commissariato vogliono che firmi di essere comunista, ma lei risponde che “non sono comunista, in Italia non ci sono partiti, c’è solo il vostro che a me non piace…ma hanno insistito così tanto che li ho accontentati e sono diventata comunista”.
Viene poi messa al confronto diretto con il suo ex compagno di brigata e…
“Signorina, lui dice che la conosce.”
“Se lo dice lui…”
Giulia continua a negare e a non fare nomi, tenendo fede al suo giuramento.

La giovane Rosina prende l’ennesima scatola di legno dalla quale estrae dei piccoli fogli cuciti insieme. Formano due strisce che srotola sulla scena.

L’11 Gennaio del ‘45 viene caricata con altre donne su di un treno bestiame verso il campo di concentramento di Rawensbrück in Germania.
Arriva dopo circa una settimana di viaggio in condizioni disumane; è registrata col numero 97.323.
Lì, vede l’inferno: quello che “è impossibile da raccontare”.

“Qui…qui si perdono i pensieri…e non riesco più a legarli e cucirli insieme…i miei pensieri…e penso che se non penso, io muoio.
Allora penso che io, devo tornare, a parlare e a scrivere delle stelle, e del silenzio che c’è qui.”

Dopo mesi di sofferenze nei campi di concentramento, Rosina viene liberata dall’Armata Rossa, essendo prigioniera ad est.
Nell’Ottobre del ‘45 torna in Italia; da allora non ha mai smesso di testimoniare la sua esperienza e di insegnare il significato della Resistenza, perché ciò non accada mai più.
Morirà il 28 Gennaio del 2009.

Anima mia…

L’attrice Aida Talliente, insieme al suo compagno di viaggio il fisarmonicista David Cej, con grande tecnica, ma soprattutto con grande cuore e determinazione, hanno fatto ciò che solo l’arte e, in questo caso il teatro possono fare: rendere immortali gli esseri umani, e principalmente la loro essenza.
Attraverso Rosa Cantoni, spirito libero, allegro e indomito, ci ricorderanno sempre un valore non negoziabile mai: la libertà e l’amore per essa.

Silvano Porceddu
Nasce in Terra di Lavoro ormai più di quarant’anni fa, da madre campana e padre sardo; praticamente due identità in antitesi tra loro. Frequenta la scuola cattolica per l’infanzia “Regina Carmeli”, dimostrando una innata resistenza all’evangelizzazione, ad opera dell’ordine delle Carmelitane di Santa Teresa. Consegue la licenza elementare con una lacuna ancora oggi irrisolta: il calcolo delle divisioni con numeri a tre cifre. Un continuo conflitto interiore, originato da un’indole geneticamente in contrapposizione, lo porta a frequentare i Laboratori del TeatroCivico14, diventandone uno dei punti di riferimento per il serale spegnimento delle luci e chiusura della saracinesca. Al momento, inserito in un nuovo progetto teatrale di recupero per ex-allievi.