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ETERNAPOLI – voci e ombre di un mondo corrotto

Un enorme schermo domina il palcoscenico con la sua immobilità, in un angolo davanti ad esso c’è un trono dorato. Buio, si comincia. Si allarga un fascio di luce bianca all’estremità opposta agli oggetti, l’attore in giacca lunga, camicia, pantaloni, scarpe a punta, tutto di un rigoroso colore nero. Così Ianniello ci introduce in Eternapoli uno spettacolo che si sviluppa su due binari paralleli, da un lato i Negromonte, affaristi spregiudicati e imprenditori arricchiti e dall’altro il grandioso, delirante progetto, generato dalle loro menti, di trasformare la città di Napoli in un parco tematico: Eternapoli, una visionaria ricostruzione della città dalle fondamenta, perché “la forza di questa città sta nel suo passato”. E allora bisognerà scavare.
Il clan dei Negromonte è pronto al dominio assoluto. La sua forza sta nei soldi, nel sentirsi al di sopra della legge e delle persone, nel considerare tutto una proprietà e se qualcosa non gli sta bene o gli sfugge, viene allontanata. In un ritmo serrato di racconto, la voce di Enrico Ianniello si frantuma e si distribuisce in 11 dimensioni diverse, i suoi personaggi, di cui emergono in maniera dirompente i tratti disturbanti. Dal carattere dominante arrochito e malato del Negromonte padre, passando per l’eloquio secco e tecnico del figlio Calibano e ancora, per la quasi afona Miranda che parla soltanto di ricette tradizionali e pettegolezzi; dall’arrogante Amalia, che fa del disprezzo e della volgarità il suo stile di vita, fino al dubbio sottile, armonioso nella voce del figlio ribelle Andrea.
Un puzzle si compone attraverso le parole e i dialoghi dei personaggi che passano come un flusso ininterrotto di corrente, mentre pennellate di colore acceso e ombre nettissime si susseguono sullo schermo, insinuandosi sotto la trama delle parole: giallo macchiato di colpi rossi, rosso acceso che fluidifica, rosa da tappezzeria fino ad un’immagine, unica fotografia, in cui vengono mostrati cani che digrignano i denti, bambini nudi in pose giocattolo gettati con noncuranza su un divano verde a fiori, piume di animali spennati e stracci intrisi di sangue sul pavimento in una stanza gabbia: trasposizione simbolica di casa Negromonte.
A raccogliere la testimonianza-racconto è Roberto, giovane segretario assunto dal dandy Cardano, parente acquisito della famiglia per aver sposato Amalia.
Egli assiste ai deliri di onnipotenza dei Negromonte nell’arco di tempo che va dal pranzo di Pasqua sino alla vigilia di Natale punto in cui la tragedia avrà il suo climax: il suicidio di Andrea, il figlio che rifiuta il suo sangue e il mondo di corruzione spirituale che la sua famiglia rappresenta. Non sembra esserci altra via d’uscita. Dove sono l’Amore, la Bellezza per cui vale la pena vivere e lottare?
Non ci sono più nemmeno le affascinanti lezioni di Cardano, che, disincantato e succube di tutta l’arroganza che lo circonda, si pasce della sua inazione e codardia ormai convinto che si viva realmente soltanto nei sogni. Da rimproverare resta Roberto, troppo giovane per capire, dice Cardano, troppo affascinato dalla verità: della verità non ci si può far nulla, come dell’arte. Le parole non hanno potere perché il potere è nel non avere scrupoli, nel denaro, nella menzogna, in una parola il potere è nei Negromonte, a loro appartiene il mondo.
E il mondo non si ferma. Al suicidio di Andrea, la famiglia risponde solo con un senso di fastidio, poi, trasfigura il fatto in un atto eroico che potrà tornare utile nella creazione della mitologia di famiglia. Tutto torna utile. Bisogna andare avanti col progetto, Eternapoli dovrà vendere la vita stessa delle persone.
La realtà dietro il racconto è estremamente visibile, schiacciante sotto la pressione della potenza, della violenza verbale e fisica. Nel finale si affaccia una speranza sottile, colorata di un delicato celeste sullo schermo, è una domanda senza risposta ma a cui qualcuno, una voce, vuole dare credito e forza: “Saremo giudicati per l’amore? … E così sia.”

Matilde Natale
Ascoltatrice attenta, qualita` che aiuta nel mio lavoro, mi occupo di educazione. Per il teatro ho una passione incontenibile. Scrivo per rispondere al bisogno di raccontare e condividere.

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