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DIRITTO AL MARTEDI’

Valentina Acca, diretta da Linda Dalisi, è uguale a Nina Berberova con la frangetta. La loro protagonista è anonima, perché questa storia è rivolta a tutti, senza clausole di esclusione; e, quando non è immobile in scena perché sta proprio nell’occhio del ciclone, le sue mani sono agitate dal vento della tempesta.

Ci vuole la tempesta per constatare che la gracilità del giunco (quello che mormora nel titolo scelto dalla Berberova per il suo romanzo) non è la sua fragilità. Il giunco non avrà il tronco possente della quercia dalla catena d’oro della poesia di Puskin, che ritorna come un ritornello nel monologo, ma ha la forza poetica di far vibrare e riverberare la sua protesta, ad esempio acquerellando particolari dei suoi ricordi travolti dalla guerra mondiale fuori e da quella dentro.

La storia è così semplice (lei ed Ejnar si amano; lui va via a Stoccolma; lei lo ritrova anni dopo in circostanze fortuite; Ejnar è ormai di un’altra donna, Emma) che una quercia non si farebbe mai scuotere dai sentimenti in tumulto sotto la banalità della sintesi.
E invece è un’elaborazione del lutto mimata, le mani sono la forma esteriore delle parole.

Ma il dolore per la separazione da Eijnar diventa disperazione per la perdita del privilegio che rendeva speciali i loro martedì: il culmine spettacolare di questa disperazione è una fantasmagoria di tutti i poeti suicidi della storia moderna, a cui lei si rivolge perché anche loro hanno sperimentato l’insostenibile insensatezza del perdere, restandone sopraffatti.

Per una quercia non è automatico capire il senso di soffrire per un amore allontanato dai tempi e custodito da coordinate geografiche sfavorevoli se non si giunchifica fino a trasfigurarlo nella libertà di essere se stessi insieme all’altro (e, per osmosi, nella partecipazione alla libertà dell’altro di essere se stesso): dopo un amore così esoterico e privato, una libertà mutila che sedimenta in feccia sul fondo di una bottiglia verde, che è Parigi col suo colore all’inizio della Seconda Guerra Mondiale (e che non s’infrange, quindi non somiglia affatto alla felicità), sembra poco meno di un contentino.

E il punto è questo: che ne sappiamo più, noi, di quanto vale questa libertà? Non è più la nostra verità intima da difendere, è un’altra merce di scambio che cediamo con noncuranza in cambio di ‘’pacchi’’. Quando dalla nostra quotidianità pigra e scontata non abbiamo più nessuna lezione da imparare, ci sfugge anche la polarizzazione necessaria per avvertire una minaccia mortale alla nostra terra-di-nessuno.

Eppure, come scopriamo rievocando l’intera preziosa ora del viaggio in bus su cui lei è finita per caso ad accompagnare Ejnar fino all’aeroporto, la terra-di-nessuno si estende perfino in una scheggia temporale supplementare regalata dal destino.

Angelo Colella

Angelo Colella
Negli anni delle superiori Angelo diventa un supereroe con una doppia identità: studente di Liceo Classico (di mattina e di pomeriggio, e anche di sera se le versioni di latino e greco sono particolarmente ostiche), e rapper (di mattina e di pomeriggio, e anche di sera, perché ci sono un sacco di album da ascoltare ed un sacco di testi da scrivere). Nel 2013 Angelo crea NGE e pubblica ‘’Tutto ciò che di Hipster so sull’HipHop’’. Attualmente frequenta l’Orientale di Napoli, dove è iscritto a Lingue, Letterature e Culture Comparate, e sta preparando l’Esame in Religioni e Filosofie dell’India.

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